Normativismi

Un nuovo pezzo dell’amico-despota Oscar Rafone. E’ stato scritto di notte, semmai ci fosse ancora il dubbio della condizione di alcolista disperato dell’autore. Mi viene in mente che nessun giornale si sognerebbe di pubblicare un simile saggio di uno studente universitario, e mi domando se, nel caso, si potesse parlare di censura. O di articolo inguardabile. Nel dubbio, lo pubblico.
Matteo

Sembra quasi non riguardarci, a volte, la riflessione su cosa è la legge, sulla sua formazione, sul comportamento illecito e sull’operatività della sanzione. Non ci tocca, almeno fino a quando non accade che a fronte di un nostro comportamento da noi considerato pienamente conforme al diritto venga ad essere applicata una sanzione. Seguendo un ordine logico, bisogna partire dal concetto di legge: essa altro non è, se non la posizione di una regola di condotta finalizzata alla composizione degli interessi che vengono inevitabilmente a scontrarsi all’interno di un gruppo sociale. Dunque è da quello stato di eterna lotta fratricida che viene appunto definito stato “di natura” che si passa ad uno situazione caratterizzata dalla necessità di porre delle norme volte a rendere stabile la convivenza. Che lo si faccia “cedendo” all’Autorità tutti i propri diritti o soltanto quello di “farsi giustizia da sè” è una questione che ci interessa solo marginalmente: sicuramente la teoria liberalista può essere posta come modello generale per comprendere il senso della “posizione” della norma, che trova la sua utilità solamente nella misura in cui ad essa corrisponda l’esigenza e la scelta di abbandonare ogni forma di autotutela, per passare definitivamente ad uno stato “di diritto” che colga il senso profondo dell’ esigenza di certezza all’interno dell’ordinamento positivo. Dunque legge come “mediatrice” vera e propria tra gli uomini. Come svolgere un ruolo tanto complicato? Si guarda innanzitutto alle azioni quotidiane poste in essere all’interno del gruppo sociale, ossia si tende a “cristallizzare” le consuetudini già radicate. Potremmo dunque dire che esiste un nòmos àgraphos (un che?! Matteo) che le genti stesse pongono con il loro agire nel tempo e con la consapevolezza di farlo nel giusto e nella necessità, il quale viene posto (“cristallizzato”, appunto) in una descrizione (detta fattispecie normativa). A questo punto interviene il ruolo essenziale della succitata Autorità: se in precedenza era ammesso che alla violazione del nòmos àgraphos seguisse una punizione arbitrariamente inflitta dalla vittima del comportamento illecito, una volta passati ad una fase di pieno positivismo sarà impossibile ragionare allo stesso modo: l’Autorità, nell’esplicazione dei suoi poteri essenziali (legislativo e giudiziario in primis), avrà cura che la fattispecie violata non sia punita in maniera velleitaria, ma secondo delle previsioni anch’esse facenti parti della struttura della norma e che vengono generalmente riconosciute sotto il nome di “sanzioni”. La nostra norma positiva avrà dunque una struttura bipartita: conterrà la descrizione di un comportamento dell’uomo in astratto (fattispecie) e la previsione di una punizione definitivamente istituzionalizzata (sanzione-effetto). Tutte le azioni umane che siano sussumibili al “modello” previsto dalla norma saranno trattate dall’Autorità secondo quanto dalla prescrizione normativa sia stabilito. Esauriti i primi due punti, ci soffermiamo ora sul concetto di liceità ed illiceità. Sulla carta, la distinzione è chiara: è illecito ciò che non rispetta i dettami normativi; è lecito il comportamento in linea con la norma. In realtà spesso ci troviamo a trattare questioni i cui profili di liceità sono alquanto labili e tendono a confondersi e a perdersi negli acquitrini del non lecito. Causa dei contorni fumosi del concetto di “giustizia” non è di certo l’ambiguità dell’agire umano, ma piuttosto una serie di fenomeni caratteristici di numerosi ordinamenti moderni, come quello dell’ “ipertrophia legis”: i comportamenti dei singoli uomini progrediscono e si sviluppano parallelamente al continuo complicarsi dei rapporti sociali e la legge, il cui fine è essenzialmente quello di mediare tra le diverse esigenze del gruppo, deve rispondere a richieste sempre maggiori di regolazione. Se, tuttavia, le caratteristiche essenziali della legislazione devono essere quelle della “completezza”, della “coerenza” e della “razionalità”, ben si comprende come sia impossibile rispettare tali canoni nel tentativo di regolare ogni singolo aspetto della vita dell’uomo; il legislatore si è trovato allora di fronte ad un bivio: porre continuamente norme, disattendendo i canoni ereditati dall’Illuminismo, oppure scegliere di accogliere volontariamente delle lacune nell’ordinamento, rispettando i criteri della legislazione perfetta. Sinora si è preferito procedere ad una furiosa e incontrollata produzione di leggi, tentando invano di evitare ogni tipo di vulnus ordinamentale. La conseguenza diretta di questa scelta è indubbiamente il sacrificio supremo del concetto di “certezza del diritto”, che da pilastro diventa mero principio dello stato “di diritto”. L’ipertrofia delle leggi porta alla creazione di valanghe di disposizioni, la cui armonizzazione non può più essere materialmente controllata. Allora viene (more solito) affidato all’interprete il compito di stabilire se e perchè due norme siano in conflitto e come tale conflitto possa comporsi tramite i noti criteri risolutori delle antinomie normative. Ma l’interprete (ossia la dottrina, ma ancor di più la giurisprudenza) non può avere la presunzione di individuare e conciliare le norme confliggenti dell’intero ordinamento di riferimento. Si giunge allora al quarto punto della nostra riflessione, ossia l’operatività della sanzione. Se è possibile considerare illecito il mio agire (poniamo caso: ho parcheggiato la mia automobile in una proprietà privata delimitata da segnaletica orizzontale, ma facente parte di un tratto di strada oggetto di pulizia meccanica, con conseguente divieto di sosta e rimozione forzata)  e si pone ad esempio la possibilità che l’azione sia accostabile a due diverse fattispecie, alle quali conseguono due diversi effetti, quale delle due norme verrà ad operare nell’immediato? Poniamo come interprete improvvisato del nostro caso un pubblico ufficiale: un agente della Polizia Municipale. Fino a che punto la preparazione giuridica del povero agente sarà sufficiente a comprendere quale norma applicare al caso? Basti pensare alle implicanze che vi sono dietro al concetto di “delimitazione della proprietà privata”. Insomma, accade spesso che un ordinamento che si fa beffe della certezza del diritto divenga ingestibile dagli stessi operatori del settore, dai più umili ai più competenti. Forte è, dunque, l’esigenza di porre dei criteri che vincolino davvero il legislatore ai canoni della coerenza e della razionalità. Temo, tuttavia, che a nulla valgano i tentativi (invero sempre più diffusi, come i regolamenti di delegificazione) di riportare i canoni dell’Illuminismo negli ordinamenti moderni. L’evoluzione sociale chiede a gran voce una fitta normazione, di dettaglio e spesso sovrastatuale (ossia comunitaria) e difficilmente il legislatore resisterà alla tentazione di tendere la sua “longa manus” là dove finora non era ancora mai arrivata.

Oscar Rafone

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...