100 stupri, nessuna morale

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L’immagine ritrae un graffito, che racconta una vicenda vera, che parla di violenza, politica e donne.

E’ un graffito presente in via Mohamed Mahmoud, fuori da Piazza Tahrir. L’episodio è del 2011: durante le proteste in piazza, dei poliziotti in divisa aggredirono e denudarono una ragazza. Nella fotosequenza si vede che la donna inizialmente indossava un velo e una lunga tunica, ma le violenze degli uomini in divisa rivelarono il reggiseno blu indossato quel giorno. Quel reggiseno blu, da allora, è stato ritratto su molti graffiti, come simbolo della violenza del potere nei confronti di chi protesta per i propri diritti, e nello specifico contro le donne.

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Qui trovate anche la videosequenza. Attenzione, le immagini sono forti

Oggi, ci risiamo. Si parla di cento stupri, durante gli ultimi incandescenti giorni di tensioni e manifestazioni nelle piazze egizie. L’organizzazione internazionale indipendente Human Rights Watch ha raccolto informazioni ufficiali e ufficiose, ricostruendo anche l’esatto andamento dei casi di violenza. 12 inizialmente, tra il 28 e il 29 giugno. Ben 46 il 30 giugno, quando tutto il mondo era colpito dalle immagini di milioni di persone che protestano contro un regime democraticamente eletto ma in cui non si riconoscono più. E poi ancora 17 il primo luglio, e 26 il 2 luglio, nei giorni in cui si è rapidamente consumato l’ultimatum dell’esercito all’ormai ex presidente Morsi. Totale: 101, ma il dato è drammaticamente labile. Forse, o probabilmente, ne sono molti di più, perchè le denunce ufficiali riguadano 19 casi, ma nella società patriarcale egizia la violenza sessuale è vista dalla vittima come un disonore, e quindi non è neanche facile da denunciare.

Ad elevare il ruolo della donna in Egitto erano stati Nasser e Mubarak. Il primo divenne presidente in seguito alla caduta di Re Faruq I, e fu a capo di un Paese che con la Guerra dei sei giorni contro Israele perse la penisola del Sinai e la Striscia di Gaza. Il secondo prese il potere nel 1981 e la mantenne per oltre trent’anni, grazie al regime marziale imposto e mantenuto col pretesto della morte per assassinio del suo predecessore, Al-Sadat. Con questi due personaggi, le donne nel corso del tempo acquisirono la libertà di istruirsi e frequentare l’università, il diritto di voto e di essere rappresentate in Parlamento, il diritto agli elementi e al mantenimento dei figli, l’accesso alla carica di giudice e la fine della pratica delle mutilazioni dei genitali (per legge, quantomeno, anche se è ancora in auge). Per questo, oggi, in Egitto dicono che per quanto riguarda i diritti e soprattutto la dignità delle donne, si stava meglio quando c’era Mubarak. Ma c’è un elemento più orrorifico di tutti gli altri: questi stupri potrebbero avere una questione politica.

Prendere una ragazza, isolarla dal gruppo, picchiarla con bastoni e ferirla con coltelli, abusare di lei. Tutto questo, dicono le attiviste egizie, rientra in un sistema di aggressioni condotte per motivi politici, per allontantare le donne dalla piazza, per incutere in loro il terrore, per delegittimare il movimento di protesta. Nel banco degli imputati, ovviamente, non potevano mancare i Fratelli Musulmani, che particolarmente negli ultimi due anni si sono rivelati come l’ago della bilancia della politica del Paese.
Come si fa a sostenere che la violenza sessuale possa avere movente politico? Eppure.
Eppure nel 2005 violenze sessuali si registrarono nei confronti delle donne che protestavano contro l’emendamento costituzionale con cui Mubarak garantiva la trasmissione del potere al figlio.
Eppure nel 2011 a subire violenza fu la nota giornalista della Cbs Lara Logan, una volta allontanata dalla sua troupe.
Eppure, in quello stesso anno i soldati che fermavano le attiviste con l’accusa di prostituzione facevano far loro il “test della verginità”, per dimostrare che non avessero subito violenze durante la dentenzione, ma nel frattempo le picchiavano, le denudavano, facevano loro l’elettroshock (il medico che era stato accusato di eseguire questi test della verginità, Ahmed Adel, è stato scagionato per insufficenza di prove dal tribunale militare, la cui sentenza non è appellabile).
Eppure, aggressioni e stupri sono stati documentati, dopo l’elezione di Morsi, nel novembre e dicembre 2012 e nel gennaio 2013.
Eppure, i membri della Camera alta del Parlamento (il Consiglio della Shura) che fanno parte del comitato per i diritti umani hanno spiegato che “immischiandosi in questo genere di situazioni, la donna ha il 100 per cento della responsabilità”. Sì, avete letto bene: le donne sono colpevoli degli stupri che subiscono, secondo i politici egiziani.
Eppure, a questo periodo risale la violenza contro la ragazza dal reggiseno blu.

Ma di questo giornali e telegiornali non hanno interesse a parlare. E con quale credibilità potrebbero farlo? E’ noto a tutti, dal Daily Mail Online a Repubblica.it: le donne che fanno notizie sono quelle scollacciate dello showbiz, quelle un po’ imbolsite che hanno raggiunto i ruoli cardine della politica e della finanza, quelle che – in Parlamento o nei salotti tv – si azzuffano come gli uomini. Le donne “vere” non fanno notizia. Non sono business, non vendono giornali. 100 stupri, forse di più, vengono cancellati dall’elezione di Mansour, Presidente provvisorio dell’Egitto, o liquidati in un trafiletto interno.
Non c’è nessun moralismo in questo. Ma anche nessuna morale.

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