Quando è merda è merda

Chi mi conosce, e mi ha tra i contatti (privati) di Facebook, sa quanto io sia propenso mandare maledizioni a destra e a manca, augurare che morte, lebbra o peste colga qualcuno che mi sta antipatico. Ovviamente scherzo, e lo si capisce dall’esagerazione delle mie parole. Si potrà obiettare, e qualcuno già mi ha obiettato, che si tratta di scherzi di cattivo gusto. Lecito, ma questo rientra nella sempiterna disputa tra chi pensa che sia possibile fare umorismo o satira su qualunque cosa, e chi crede sia necessario porsi limiti di morale, costume e buonsenso. In ogni caso, non è questo il posto dove risolvere l’annosa questione.

Ho scoperto casualmente l’esistenza di un nuovo settimanale, del quale oggi è uscito il primo numero. Si chiama Giallo, e lo edita Urbano Cairo, dominus del Torino Fc e, recentemente, di La7. E mi sono tornate in mente le maledizioni. Da rivolgere ad editore, direttore (Andrea Biavardi), grafico, impaginatore, amministratore delegato, caporedattore, capiservizio, pubblicisti, professionisti, free-press, e abusivi – come il sottoscritto – vari. Poi ci ho ripensato, e vi spiegherò perchè.
Di cosa tratta Giallo? Tratta di “storie-delitti-misteri”, come recita il sottopancia. Lancia in prima pagina ‘strilli’ sulle lettere dal carcere di Salvatore Parolisi, le nuove rivelazioni sul caso Emanuela Orlandi e le foto inquietanti pubblicate da Sollecito. Nel sommario interno si anticipano i pezzi su Yara Gambirasio, la liberazione di Pietro Maso, Roberta Ragusa, una rubrica di storia (“Quando il conte Camillo perse la testa”), e via discorrendo. Ovvero, la trasposizione su carta dell’ironico personaggio di Maccio Capatonda, quell’Oscar Carogna che gestisce la rubrica Il morto del giorno in HD del telegiornale Mario.
Giallo
Dicevo, ho cambiato idea. Niente maledizioni, niente acido gratuito, anche se ironico. Di acidità ce n’è già troppa nel constatare cosa sia questo settimanale. Non di certo giornalismo. E neanche gossip. Bensì merda. Merda di bassissima fattura, venduta al pubblico neanche fosse quella “d’artista” del lombardo Piero Manzoni. E una tale ondata di ‘materia organica anfibia’, per dirla come il sergente Hartman, non merita il mio dispresso, anzi, tende a spaventarmi, a farmi inorridire. Perchè, se qualcuno decide di pubblicare un simile foglio, e qualcun’altro decide di lavorarci sopra, significa che è stato individuato un target di riferimento, ovvero un bersaglio da colpire con la precisione di un cecchino di guerra. Questo concetto, che è alla base di ogni nuova avventura editoriale, trova un’espressione inquietante in questo caso: quel bersaglio è la tipica casalinga di Voghera, lo spettatore di Barbara D’Urso, la famiglia che va in escursione ad Avetrana o presso l’isola del Giglio. Persone con una tale morbosità da non riuscire a seguire un omicido per quello che è, un cruento fatto di cronaca che – forse – troverà una verità giudiziaria solo tra parecchi anni. Un giornale simile va quindi a colmare un vero e proprio vuoto editoriale, e un segmento di lettori viene conquistato tirando loro addosso, senza alcun falso pudore, ciò che loro vogliono: sangue, accuse, misteri.

Così, dicevo, inorridisco dinanzi a tanto squallore, e mi spavento di come un Paese di violenti da curva dello stadio, di frustrati che si imbottiscono di Viagra, di disperati che perdono lavoro o non riescono a trovarlo, sfoghino il loro livore accumulato addosso a sospettati, indagati, inquisiti e condannati per fatti di cronaca tutti uguali tra di loro.
No, niente morte, lebbra o peste colga loro. Questo è quello che vogliono, questo è quello che avranno. Lo diceva Giorgio Gaber, tanti anni fa: quando è merda è merda.

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