Finzione scenica

Le elezioni di questo febbraio 2013 ci hanno visti partecipi di un unico grande dramma del teatro dell’assurdo, dove le premesse e le conseguenze non hanno avuto nessun filo conduttore – vedasi il trionfo scrosciante del Pd annunciato dai sondaggisti vari, e l’umiliazione dei risultati provenienti dalle urne. Ma il problema non è tanto questo, quanto che di questo dramma ora conosciamo il trucco, l’effetto speciale, la finzione scenica che sta dietro l’azione dei commensali sulla scena. E conoscere la finzione su cui si basa un film, normalmente depotenzia la carica impressionante di quest’ultimo. Ricordo che per sdrammatizzare le immagini di sangue del film Diaz di Daniele Vicari, la sera stessa andai a cercarmi i video del backstage, dove sul volto degli attori venivano ricostruite artificiosamente le conseguenze delle manganellate che davvero i poliziotti tirarono su volti e ossa, in quel g8 di dodici anni fa.
E quindi ora lo sappiamo, e non possiamo più nasconderci. Sappiamo che:
1) un italiano su tre ha votato Berlusconi. Ma a chiederlo in giro, è questo il luogo comune, quasi nessuno lo voterebbe o ri-voterebbe mai. Eppure è andata così, e di nuovo un terzo dell’elettorato italiano si è fatto abbindolare dalle promesse farlocche, dai sussulti cabarettistici e dalle spacconate sessiste dell’uomo di Arcore. Per cui sappi, tu che stai leggendo, che tra i tuoi coinquilini, colleghi di lavoro, amici di calcetto (o magari la tua donna) lo hanno votato. Se non lo hai votato direttamente tu.
2) Twitter e Facebook non danno un reale spaccato della ‘pancia’ del Paese, per la loro stessa natura. Su un social network reciti una parte, quella del buffone, quella del rivoluzionario, quella del colto, ma – again – reciti. E allora si è pensato che Silvio non potesse andare lontano, e che il MoVimento si sarebbe potuto infrangere contro la dura realtà dei numeri elettorali, dato che Twitter si sprecano gli hastag contro Pdl e Lega, e su Facebook prendevano in giro da mesi i grillini con la retorica stantia di pagine di parodia come “Siamo la gente, il potere ci temono”. Era tutta polvere negli occhi.
3) Della sinistra e dei suoi destini agli italiani non frega nulla. Questo non significa tentare di cancellare i milioni di voti che la coalizione guidata dal Pd ha totalizzato. Significa prendere atto che molti di quei voti erano del tipo “meglio che a Berlusconi o a Grillo”, che la furia giacobina cinquestellata attecchisce molto di più che le discussioni sulle alleanze pre e post-elettorali, e soprattutto che le accozaglie comuniste-giustizialiste alla Rivoluzione Civile non possono permettersi di rimanere in piedi più di un giorno o due. Questo lo sottolineo anche per quei giornali sinistrorsi (come Il Fatto Quotidiano) che credevano nel voto disgiunto Rc alla Camera e M5S al Senato, e che hanno hanno dovuto subire un duro colpo nella scopertà di cosa c’era dietro la finzione: Il MoVimento porterà alla Camera il doppio dei seggi del Senato (108 contro 54), e Ingroia&Desperados vari Montecitorio lo vedranno solo in cartolina.
4) Che Fassino aveva ragione. Quando nel luglio 2009 disse che “il PD non è un taxi su cui chiunque può salire, Grillo si faccia il suo partito e vediamo quanto prende”, l’attuale sindaco di Torino ci aveva preso. Se il comico genovese avesse fondato un partito classico e si fosse presentato nell’agone politoco, magari alle Regionali del 2010, sarebbe stato trombato senza rancore alcuno. Invece ha avuto la pazienza di attendere, veder il suicidio dei vari attori politici e  la crescita del MoVimento (che alle regioni del 2010 raccolse come maggior successo un 7%), fino al boom dei giorni nostri. Fassino sì che aveva capito il trucco.

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