Aridaje

Le immagini delle manifestazioni per la difesa dei propri diritti o la richiesta che essi vengano conservati si confondo facilmente tra di loro. Salvo rare e gravi eccezioni (Genova, ad esempio) sono tutte uguali. E infatti ogni tanto circola la foto di un corteo di un Paese che va a mischiarsi tra quelle di un altro corteo di un Paese diverso: i manifestanti ordinati, pacifici, con slogan e bandiere, gli stronzi incappucciati armati di spranghe e la zona grigia che li tollera (come ha scritto Luca Telese), i poliziotti in tenuta anti-sommossa che tirano manganellate come se piovesse. Feriti, arresti e fermi. E poi i ministri che difendono le forze dell’ordine, le persone che sul web scaricarono vomito sui reparti della celere, qualche fine editorialista che ricorda che si era lì a manifestare per altro, di più nobile, di più giusto. Qualcuno che tira fuori Pasolini e qualcuno (Grillo e Saviano) che chiede agli uomini in divisa di sfilare con i giovani manifestanti.
Che noia.

Una manifestazione di qualche migliaio di persone è espressione di massima libertà – forse – ma non porta a nulla. Ci vogliono milioni di persone, che si riversino nelle strade, per cambiare qualcosa. E, tralasciando che anche in quel caso potrebbero arrivare i carri armati come avvenne in Cecoslovacchia ad opera dell’Urss, non è di certo spaccando i vetri delle banche o incendiando le auto di qualche povero cristo, che si richiama correttamente l’attenzione. Perché la violenza porta altra violenza, quella della polizia, e i potenti ci banchettano. Prosit a loro. Sono gli stessi che finiti gli scontri non vogliono sentir parlare di dialogo con chi ha alzato la voce con coscienza e civiltà (salvo essere soffocato dagli estremisti) sono gli stessi che non vogliono che sui caschi o sui giubbotti degli operatori dell’ordine sia presente un numero di identificazione, sono gli stessi che promuovono le politiche di austerità e sangue che hanno portato in piazza i manifestanti di 14 nazioni. Una circolo vizioso frustrante, che alimenta ulteriore rabbia e che dovrebbe trovare uno sbocco diverso da quello della protesta nuda e cruda. Due strumenti ce li abbiamo, sono l’impegno politico e il voto. Ma il dubbio che anche questi, in fondo in fondo, siano inutili, comincia a turbarmi.

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