Io Accuso!

Mai si sarebbe potuto immaginare Raphael Dreyfus, manifatturiero tessile francese del 19esimo secolo, che alla sua genia, e in particolare al nome di Alfred, suo nono figlio, sarebbero stati legati due storici avvenimenti destinati a segnare in modo profondo la storia del giornalismo. Il primo di questi avvenimenti è la pubblicazione di una articolo dello scrittore e giornalista Emile Zola sul giornale L’Aurore, in data 13 gennaio 1898. Il pezzo si intitolava “J’Accuse!” (io accuso) e denunciava le gravi irregolarità avvenute nel processo al povero Alfred Dreyfus, militare condannato in qualità di traditore e degradato (il noto affaire Dreyfus), salvo poi essere riabilitato ufficialmente dalla Corte di Cassazione. L’attacco costò a Zola un’ammenda pecuniara e una condanna ad un anno di carcere, evitato grazie alla fuga in Inghilterra dell’intellettuale, ma l’espressione stessa j’accuse divenne sinonimo di resistenza senza se e senza ma alle distorsioni dell’informazione e alle prepotenze delle istituzioni. L’altro avvenimento, meno altisonante ma altrettanto dibattuto e scandalistico, è la condanna definitiva a 14 mesi di reclusione per l’ormai ex direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, reo di aver pubblicato nel 2007 su Libero – che dirigeva al tempo – un articolo diffamatorio nei confronti del magistrato Giuseppe Cocilovo, accusato di aver costretto una tredicenne ad abortire (ma la notizia è falsa). L’articolo, guarda un po’, era vergato con lo pseudonimo di Dreyfus. Entrare nel merito della questione, ora, sembra improficuo: troppi sono i lacciuoli che legano l’avvenimento all’idea di un diritto fumoso nei suoi contorni e una giustizia tradita, seppur a rigore di legge. Non è reato d’opinione, dicono i giudici con una nota, ma vera e propria diffamazione. E come potrebbe essere reato d’opinione, se il reato d’opinione tout court non esiste?  Sallusti dice di voler andare in carcere, piuttosto che chiedere di applicare una delle pene alternative al carcere, dato che finire ai servizi sociali sarebbe roba da tossicodipendenti. Ma il suo avvocato non gli ha spiegato che sotto i tre anni di condanna, e senza cumuli di condanne passate, l’esecuzione della piena viene automaticamente sospesa, e quindi in carcere non ci entra proprio? In questo marasma dove trovano riposo le ragioni di chi ha ragione – il magistrato diffamato – e i torti di chi non ha sbagliato – perchè Renato Farina si è attribuito la paternità dell’articolo – non intendo fare ordine. Intendo rivolgere il mio personale j’accuse.

IO ACCUSO!

Io accuso i politici italiani e la loro ipocrisia, perchè non solo non hanno mai fatto nulla per cambiare un sistema di leggi liberticide che assoggettano i giornalisti alla giustizia penale, ma non hanno neanche vergogna a presentarsi ora davanti ai microfoni delle televisioni per criticare la sentenza. Se paragonano l’Italia alla Corea del Nord non si rendono conto della ridicolaggine di cui si ricoprono, dato che sono loro stessi a non voler modificare quelle norme (diffamazione a mezzo stampa, responsabilità del direttore) che, così come sono oggi, risultano essere strumenti di minaccia per chi lavora nel mondo dell’informazione.
Io accuso i giudici che, per una volta applicando il diritto – lo stesso Travaglio dice di esser incappato in un caso simile, ma che la sua posizione venne archiviata – hanno creato un precedente pericolosissimo, trasformando un pennivendolo incallito come Sallusti in un martire della libertà d’espressione. L’uomo che chiedeva che i blogger fossero responsabili penalmente di tutto quanto potesse apparire nel loro blog, perfino nei commenti, è diventato simbolo di una giustizia che non funziona e oggetto di battaglia elettorale del centrodestra per i mesi venturi, come Enzo Tortora con Pannella a suo tempo. Io accuso altresì i giudici di aver definito “socialmente pericoloso” un direttore di giornale, quasi fosse un ladro di professione o un cocainomane.
Io accuso i giornalisti, i colleghi del condannato, che hanno operato odiosi distinguo con il giornalismo di Sallusti, come a dire “sì vabè, non è giusto mandarlo in gattabuia, però rimane un avanzo di galera anche solo per quello che scrive”, riempiendosi la bocca di Voltaire, approfittando del fatto che sia già morto da secoli (e ignorando che, se fosse vivo, probabilmente li querelerebbe).
Io accuso Renato Farina che ha firmato un articolo diffamatorio che non riportava una notizia vera che fosse una senza avere il coraggio di metterci il proprio volto. Lo accuso di aver preso un dramma privato, come è l’aborto di una tredicenne, e averlo trasformato in un argomento di pubblico attacco alla magistratura e al diritto. Lo accuso di essersi rivelato come autore del pezzo incriminato solo dopo la sentenza di terzo grado. E accuso il Pdl per aver portato alla Camera, nel 2008, un personaggio già rinomato per il suo squallore.

E soprattutto accuso me stesso, perchè montarsi la testa al punto di plagiare Emile Zola dovrebbe essere il vero reato d’opinione-

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