Sovranità e reviviscenza (quando il silenzio è d’oro)

Vi ricordate dell’amico Oscar Rafone? Dopo averci turlupinato con un saggio di economia politica, oggi quel democratico ha scritto un nuovo articolo, aggiungendo candidamente “se non lo pubblichi non ti rivolgo più la parola”. Ovviamente io eseguo. Ho già parlato del festival, stasera Celentano ha di nuovo (s)parlato,  i fatti riferiti risalgono a quasi una settimana fa, quindi sono vecchi, il contenuto dell’articolo è scritto in modo tale da non essere accessibile a tutti – a differenza di quanto si tenta di fare in questo blog – ed io personalmente avrei riassunto le 4.996 battute del pezzo con la sola frase “Abrogata lege abrogante non reviviscit lex abrogata”, cioè ” abrogata la legge abrogante, la legge abrogata non ritorna in vigore”. Ma, si sa, oggi essere anticonformisti è sempre più difficile. Quindi, buona lettura – Matteo

Lezioni di diritto costituzionale in tv erano solo su RaiNettunoSat. Poi osi vedere Sanremo. E capisci che non è così. Ti ricordi che abiti nel Paese in cui nessuno fa quello che sa fare, quindi chi canta, predica. Addirittura i cantanti ci insegnano la Costituzione. Ma è facile, troppo, fare demagogia su concetti tanto relativi quanto complicati come quello della sovranità. Qual è la percentuale di italiani che, seguendo il Festival, si interroga effettivamente sul senso del termine “sovrano”?  La maggioranza? Quante vecchiette preferirebbero sentire un ululato di Albano? Io, che odio Albano, preferirei un suo ululato. Ma ci tocca raggiungere le vette più alte del pensiero, pure nel prime-time. Soltanto che, ahinoi, non ci sono più i peripatetici di una volta; ci rimane metà parola. Facciamo un po’ d’ordine, allora: sarebbe bene non fare appello alla sovranità popolare per aizzare il mediamente “downskilled” pubblico sanremese contro la sentenza di inammissibilità emessa dalla Consulta sul referendum “de porcello”. Il popolo (formato da tutti i cittadini di una Nazione) è sovrano in quanto ha la possibilità di manifestare la propria volontà secondo le regole del gioco democratico, in parte direttamente (mediante gli istituti del referendum abrogativo e dell’iniziativa legislativa), in parte attraverso gli organi governanti raccolti nell’ambito statuale (quello che, in diritto pubblico, è chiamato Stato-apparato): il tutto nelle forme e nei limiti della normazione costituzionale. Stop. Compreso questo, compreso tutto: già la raccolta delle firme promossa da Parisi, Di Pietro e compagnia, nonché il passaggio dei quesiti al vaglio della Corte Costituzionale costituiscono esercizio della sovranità popolare da parte del titolare della stessa. Se la Corte in seguito dichiara con sentenza l’inammissibilità dei quesiti referendari, non significa che abbia buttato un milione di firme nel cestino: ha semplicemente argomentato e applicato il diritto. Lo so, in Italia chi argomenta o applica la legge è un emarginato, ma si potrà mai emarginare un organo costituzionale? Può tale emarginazione nascere su impulso di un cantante? Eppure, basta leggere la sentenza 13/2012 per comprendere le ragioni della Consulta, che avranno plurime matrici, ma di certo non quella di ledere il principio di sovranità popolare. Il nocciolo della questione è essenzialmente uno: l’inserimento delle leggi elettorali tra le cosiddette leggi “costituzionalmente necessarie” (ossia quelle che garantiscono, con la loro esistenza soltanto, che gli organi costituzionali e a rilevanza costituzionale permangano in vita). La Corte, dunque, sottolineando la precisa intenzione del primo quesito di abrogare l’intera legge 270/2005 (“Legge Calderoli”), spiega che l’abrogazione di una legge elettorale può essere ammessa solo se “…risulti una coerente normativa residua, immediatamente applicabile, in guisa da garantire la costante operatività dell’organo…”, infatti “…gli organi costituzionali non possono essere esposti, neppure temporaneamente, all’ipotesi di paralisi di funzionamento…”. A questo punto sorge la questione “reviviscenza”: i promotori sostenevano che, abrogato il “porcellum”, sarebbe tornato in vigore automaticamente il buon vecchio “mattarellum”. La Corte smentisce anche questa teoria, sostenendo che “…tale tesi si fonda su una visione stratificata dell’ordine giuridico, in cui le norme di ciascuno strato, pur quando abrogate, sarebbero da considerarsi quiescenti e sempre pronte a ridiventare vigenti. Ove fosse seguita tale tesi, l’abrogazione avrebbe come effetto il ritorno in vigore di disposizioni da tempo soppresse, con conseguenze imprevedibili per lo stesso legislatore e con ricadute negative in termini di certezza del diritto…”, inoltre “…ove l’esito del referendum fosse favorevole all’abrogazione, non si avrebbe alcuna ricomposizione della normativa di risulta, perchè la lacuna legislativa dovrebbe essere colmata attraverso il ricorso a una disciplina né compresente, né co-vigente con quella oggetto del referendum…”. Inoltre sono gli stessi giudici della Corte a ricordarci che il referendum è uno strumento di “legiferazone popolare negativa”, e non può divenire, come implicitamente si richiede, uno strumento “surretiziamente propositivo”. Per gli altri dettagli, vi rimando direttamente al testo della sentenza, facilmente reperibile sul web (eccola, la sentenza. Figurarsi se Oscar si sia potuto scomodare per linkarla direttamente nell’articolo – Matteo). Dunque, niente lesione della sovranità popolare e niente operatività della reviviscenza. Dura lex, sed lex. Come spesso accade, conviene non arrestarsi al passivo recepimento di una guasta retorica, ma sforzarsi di comprendere le ragioni di una decisione. Sulla base di quanto detto, si comprende come l’unica via per tornare ad un sistema elettorale meno iniquo sia la riforma costituzionale, con le sue lungaggini e l’incertezza della fine della legislatura. In ogni caso, meglio il silenzio di un mattarello post-riforma che le fallaci parole che abbiamo ascoltato dal palco ligure.

Oscar Rafone

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