il praticantato degli spregevoli

Un giorno l’amico Oscar Rafone (che su questo blog ha già pubblicato un post di economia politica, vivamente sconsigliato) mi disse, tra il serio e il faceto, “l’aspirante pubblicista è un essere spregevole”. E aveva ragione. Il pubblicista ha infatti una serie di limitazioni sconosciute ai giornalisti professionisti: non può firmare un contratto da redattore ordinario, inviato, caporedattore o vice direttore e, quel che è più importante, non può campare di solo giornalismo, dovendo obbligatoriamente praticare un’altra mansione. Figurarsi un aspirante tale! Quando ti sei registrato all’Albo e sei diventato a tutti gli effetti un pubblicista, non ti sei tramutato in un Montanelli de noantri, anzi: nulla ti differenzia da quel minchione che fino a qualche settimana prima ancora non sapeva se ce l’avrebbe mai fatta. L’argomento dell’esperienza da accumulare, prima di iscriversi all’Ordine, è conosciuto ed applicato con successo nelle redazioni della Penisola, dal sud al nord. Curioso che l’anno passato non sia stato trattato come tematica a favore dell’avvenuta unificazione nazionale. Quando un fanciullo si presenta da un editore per spiegare timidamente di avere un sogno nel cassetto, quello di divenire giornalista, al datore di lavoro l’occhio si fa lubrico: il ragazzo ancora non sa di dover affrontare anni di lavoro (il minimo legale è di due consecutivi, ma normalmente l’iter è ben più lungo) o sottopagato o proprio non retribuito, con una mole di articoli da scrivere non inferiore a quella di chi quel tesserino rosso lo ha già guadagnato, e senza alcuna vera garanzia legale sul proprio operato. Per cui il giovane dopo aver capito com’è l’andazzo, o decide di alzare il tono di voce, e allora rischia di prendere una bella pedata nel sedere ed essere cacciato dalla redazione, o si butta a capo fitto su quello che ha deciso essere il mestiere della sua vita, cercando di farsi un nome sgomitando a desta e a manca, accettando la propria condizione per amore del giornalismo. Un circolo vizioso che accresce il fatturato del lavoro in “nero” e che, paradossalmente, si svolge alla luce del sole, dato che tutti gli addetti del settore sanno, e non muovono dito, per convenienza. Gli editori per non darsi la zappa sui piedi, i praticanti per non rischiare il posto di lavoro (da servo della gleba, ma sempre lavoro), i non più praticanti/ormai pubblicisti perchè non è più un loro problema.
Quando sentire dire ad un giornalista che “l’omertà è un atteggiamento mafioso”, chiedetegli se su queste cose egli ha mai avuto interesse ad aprire bocca. Firmato: un essere spregevole.

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