Se la liberalizzazione ti prende alle spalle

<<Carissimi,
dal prossimo 13 agosto il giornalismo potrà essere praticato SOLO ED ESCLUSIVAMENTE  dai giornalisti professionisti iscritti all’Ordine. Chiunque scriverà in modo continuativo (ad esempio più di dieci articoli l’anno) potrà essere oggetto di denuncia penale per esercizio abusivo della professione.>>

Con queste parole dolci e avvolgenti come un abbraccio, Antonella Cardone, membro del Consiglio Nazionale (anche detto, familiarmente, Soviet Supremo) dell’Ordine dei giornalisti, ha spiegato in una nota ufficiale come gli ultimi due esecutivi abbiano inteso il concetto di “liberalizzazione”. Non si tratta di facile demagogia, dato che poche righe più in là è la stessa Cardone a spiegare che si tratta di un provvedimento (“che recepisce le direttive europee sulle professioni”)  redatto dal Governo Berlusconi e confermato dal Governo Monti. A parte il fatto che ci piacerebbe sapere quali siano queste direttive europee sulle professioni, e se nella loro stesura si sia tenuto conto dell’anomalia italiana, ovvero l’esistenza degli Ordini – cosa pressochè sconosciuta altrove in Europa – e se queste direttive suggeriscano di eliminare una singola sfumatura di una figura professionale (dato che scomparirebbero i pubblicisti, ma rimarrebbero i professionisti, come se si eliminassero gli ingegneri edili ma non quelli civili) mi domando come sia possibile lavorare così ‘alla carlona’. Alcuni dubbi, infatti, fotografano la debolezza mostrata dal Decreto Legge n.138 del 2011 art.10, il quale appunto prevede che per esercitare libera professione bisognerà necessariamente  superare un esame di Stato. Di fatto, questo lascia nei guai 15-20 mila (sono numeri della Cardone) giornalisti pubblicisti che, non avendo mai dovuto sostenere un esame, si ritroverebbero come ‘abusivi’ da denunciare penalmente, pur essendo esenti da colpe, e mette una palla al piede incredibilmente pesante a centinaia di giovani – tra cui, tanto per cambiare, il sottoscritto – che pur esercitando di fatto la professione da anni, spinti dalla volontà di conquistare l’agognata tessera da iscritto all’Albo, si ritroverebbero a dover ricominciare da capo per divenire giornalisti professionisti. Questo significherebbe firmare un contratto da praticante, dalla durata di 18 mesi, con retribuzione minima di circa 1600 € mensili, per poter poi sostenere un esame scritto e orale, sperarndo che vada bene. E quando lo trovo io un editore che mi assume a 1600 € mensili? Per ovviare parzialmente a questo problema, la Cardone “suggerisce” a chi è già pubblicista di richiedere all’Ordine regionale di appartenenza l’iscrizione all’Albo dei praticanti, per poter sostenere 18 mesi dopo l’esame. E in quei 18 mesi, le redazioni ospiterebbero professionisti “fuorilegge” – magari con vent’anni di attività – chiudendo necessariamente un occhio, a causa di un vuoto normativo imbarazzante? Ci si domanda come si possa spifferare ai quattro venti un simile cambiamento, senza prima aver analizzato tutte le possibili conseguenze del caso, avanzando deboli “suggerimenti” palliativi, costringendo l’Ordine a richiedere al Governo un tavolo politico che si terrà il 20 di questo mese.

Ma la liberalizzazione non dovrebbe agevolare l’accesso ad una professione, Professor Monti?

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